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Il grido
del
deserto
Il
torrente
impetuoso
che
scende
dalle
montagne
va a
perdersi
nei
precipizi,
ma la
più
piccola
goccia
di
rugiada
è
assorbita
dal sole
che
l’eleva
fino
alle
stelle.
(Sa’di)
Da
Tamanrasset
a Djanet,
due
città
oasi
nell’Algeria
meridionale,
dall’Hoggar
al
Tassili;
in una
dimensione
vicina a
quella
dei
sogni
attraverso
un
Sahara
che
continuamente
si
modifica;
magia di
silenzi
e di
colori,
è l’estetizzazione
della
natura
con
montagne
di
straordinaria
bellezza,
distese
sassose
e piatte
con
ciuffi
verdi e
rosa di
oleandri
in
fiore,
piscine
naturali
in mezzo
al
niente,
l’Erg
e le sue
dune,
l’implacabile
mare di
sabbia e
di
vento,
cipressi
plurimillenari
che
dignitosi
si
ergono
come
gigantesche
opere
d’arte,
fossili
viventi
di una
foresta
scomparsa,
monumenti
totemici
alla
forza
della
vita e
alla
specie
che si
conserva.
Poi i
graffiti
nelle
grotte
dei
rilievi
e
migliaia
di
immagini
preistoriche
a
testimoniare
un
giardino
abitato.
Un
viaggio
nel
deserto
è
un’occasione
unica di
conoscenza,
è un
viaggio
dentro
di noi,
nella
nostra
solitudine,
nei
nostri
sentimenti
e
nell’essenziale,
per
imparare
a dare
valore
alle più
piccole
cose.
Il
Sahara
non è
sempre
stato un
deserto
iperarido
e caldo;
8000
anni fa
vi si
coltivava
il
miglio
ed
ancora
3000
anni fa
il clima
era
umido,
il
terreno
ricco e
adatto
alla
pastorizia
e
all’agricoltura;
la gente
laggiù
conduceva
un’esistenza
beata
finché
ha
cominciato
a
selezionare
piante e
addomesticare
animali,
a
modificare
l’ambiente
insomma;
ha
imboccato
una
strada
che
purtroppo
si è
allontanata
dalla
natura.
Sarà
l’inizio
di un
cambiamento
verso la
siccità
e la
desertificazione,
la
distruzione
di quel
primo
paradiso.
Il
passaggio
da
cacciatori
in
agricoltori
e
allevatori,
le
grandi
modifiche
introdotte
con la
ruota e
la
scrittura,
tutto è
splendidamente
registrato
nei
disegni
nelle
grotte
sulle
rupi del
Tassili,
l’altopiano
in
tamahaq,
la
lingua
dei
Tuareg.
Le
“pietre
scritte”
ci
raccontano
delle
grandi
trasformazioni
avvenute
in oltre
settemila
anni di
storia,
graffite
e
dipinte
in
anfratti
protetti
in
questa
straordinaria
piattaforma
di
arenaria
paleozoica,
fra
sensazionali
creazioni
in un
paesaggio
lunare
di
guglie e
pinnacoli,
dirupi,
canyon e
spaccature.
Acqua e
vento
hanno
rimodellato
le dure
rocce,
formato
tappeti
di
sabbia
impalpabile
e
fantastiche
città
fantasma
dove
sembrano
vivere
ancora
le
abitazioni,
le
strade e
le
piazze;
si ha
l’impressione
che
l’uomo
sia
appena
uscito
dalla
scena.
Il
Tassili
degli
Ajjer è
per
certo
uno fra
i siti
d’arte
più
interessanti
al
mondo,
una
sorta di
biblioteca
all’aperto
non
proprio
agevole
da
raggiungere;
ma poi
l’esserci…
apre il
cuore e
l’animo
e la
mente.
Con
quindici
somarelli
(a
ciascuno
il suo!)
carichi
d’acqua
e di
bagagli
ridotti
all’essenziale,
tre
guide
Tuareg -
una per
noi e
due per
gli
animali
- un
buon
paio di
gambe,
scarpette
adeguate
e
tantissima
voglia
di
conoscere,
iniziamo
ad
arrampicarci
per
entrare
in quel
mondo
irreale,
quasi
marziano,
dove ci
si
potrebbe
tranquillamente
perdere…
Sono
emozioni
fortissime,
impressioni,
pensieri
sul
prima e
sul poi.
E'
un’energia
profonda
ed il
profondo
piacere
di
esserci.
Ascolto
qualcosa
che è
“oltre”,
oltre le
paure e
i miei
affanni;
c’è
dell’altro,
universalmente
grande e
fortemente
presente,
che è
lì.
Dimenticare
il
passato
che
offusca
la
visione
del
presente,
non
appartenere
al
futuro.
Non aver
nulla a
che fare
con ciò
che è
stato e
ciò che
sarà;
nulla mi
riguarda
più
fuorché
l’eterno
ora. E
dimentico
la mia
anima
vagabonda,
i
desideri
egoistici
che
strettamente
mi
incatenano
ai
sempre
uguali
baroni
rampanti
o
cavalieri
inesistenti…
Le
rappresentazioni
dell’arte
rupestre
sahariana
documentano
oltre
7000
anni di
storia.
La
datazione
in
periodi
non può
essere
che
contraddittoria
e molto
approssimativa;
attribuire
un’età
certa ad
un’opera
preistorica
è sempre
rimasto
il sogno
di ogni
ricercatore.
E così
sono gli
animali
a
distinguere
e a
caratterizzare
quattro
periodi
principali:
il
bubalo,
un
enorme
bufalo
con
corna
lunghe
ed
arcuate
fino
quasi a
chiudersi
in un
cerchio,
il
bue,
il
cavallo
ed il
cammello,
anche se
in
realtà
di
dromedario
si
tratta,
quello
con una
gobba
sola.
Il
periodo
più
antico è
il
Bubaliano
o
dei
Cacciatori
(6000-4000
a.C.).
Bassorilievi
e
incisioni
ci
accompagnano
in un
formidabile
giardino
zoologico
dove
vengono
minuziosamente
descritti
antilopi,
giraffe,
elefanti,
felini,
ippopotami,
rinoceronti,
asini
selvatici,
iene,
struzzi,
serpenti,
pesci.
Solo
poche
linee
semplici
e pulite
raggiungono
assieme
una
straordinaria
carica
espressiva.
Il
contenuto
sessuale
è
indubbiamente
forte;
molte
figure
zoomorfe
e
personaggi
diabolici,
situazioni
orgiastiche
e
accoppiamenti
uomo-bestia.
Potrebbe
trattarsi
di
un’arte
simbolica
con riti
di
fecondazione,
dove
divinità
ed
animali
rappresentano
forze ed
elementi
della
natura;
o forse
è
erotismo
puro.
Il
periodo
Bovidiano
(4000-3000
a.C.)
vede
l’inizio
di una
gestione
pastorale;
le corna
degli
animali
sono
volte
verso il
basso in
segno di
addomesticamento
e di
calma.
Anche le
scene di
accoppiamento
sono
molto
più
naturali
pur
ricchissime
di
immaginazione.
Ma
compaiono
anche
figure
di
arcieri
e di
guerrieri
in piena
battaglia
come a
dirci
che le
prime
forme di
ricchezza
e di
proprietà,
le
mandrie
in
questo
caso,
avessero
già
portato
gli
uomini
diritto
verso il
combattimento…
Homo
sapiens…
disapprovo
fortemente
il
determinativo.
Predominano
le
pitture
descrittive
con
colori
talvolta
ancora
incredibilmente
brillanti.
Le
molteplici
tonalità
dei
rossi,
gialli,
verdi e
viola
sono
proprie
dell’ocra
ottenuta
da
scisti a
diverso
grado di
ossidazione.
Il
bianco
nasce
dal
caolino
o da
escrementi
di
animali,
il nero
da
residui
di
combustioni.
Gli
ingredienti
ridotti
in
polvere
erano
poi
legati
ed
amalgamati
con
miele,
albume,
midollo
o altri
materiali
organici.
Nel
periodo
Cavallino
o
degli
Equidi
i molti
animali
dei
periodi
precedenti
spariscono;
l’aspetto
pittorico
si
schematizza
tanto
che la
figura
umana è
composta
dalla
semplice
sovrapposizione
di due
triangoli
a
formare
un corpo
dalla
vita
sottilissima,
spalle
larghe e
gonnellino.
Nel
medesimo
tempo
appaiono
le forme
geometriche
di una
scrittura
arcaica
ancora
indecifrata.
Ma la
novità
vera è
la
comparsa
dei
primissimi
carri a
due
ruote
trainati
da
cavalli
al
galoppo;
e
pitture
di altri
carri
sono
state
strategicamente
posizionate
lungo le
più
importanti
piste
verso il
Mediterraneo,
antesignani
cartelli
stradali
ad
indicare
la rotta
alle
carovane.
Ed ecco
il
dromedario
che
qualifica
il
periodo
Cammellino;
i
personaggi
sono
molto
simili
ai
Tuareg
di oggi,
le
iscrizioni
sono in
tifinagh,
la loro
scrittura;
e con la
scrittura
passiamo
dalla
Preistoria
alla
Storia,
ad oggi.
I
Tuareg,
i
romanticissimi
uomini
blu…
genti
berbere
in
continuo
movimento,
nomadi
carovanieri
che da
Sud a
Nord
hanno
dato
vita a
intensi
traffici
commerciali.
Si
importava
ed
esportava
di tutto
una
volta,
ma i
veri
oggetti
del
desiderio
erano
due: oro
per gli
Arabi e
sale per
le
popolazioni
nere.
Con
pochi
dromedari
e quasi
in
solitudine,
ancora
oggi i
Tuareg
percorrono
una
ragnatela
di
piste,
dal
Mediterraneo
all’Africa
nera,
fra i
due mari
d’acqua
e di
sabbia;
e quando
i
riferimenti
si
perdono
continuano
il
viaggio
nella
notte
seguendo
la
stella
polare,
“bil
hadi”,
l’indicatore.
Sahara
in arabo
significa
vuoto,
deserto,
rosso
infuocato
ma anche
verità.
E i
versi
misteriosi
di un
canto
tramandato
dai
nomadi
ricordano
un’antica
sapienza
ormai
smarrita:
"nelle
sabbie
del
deserto
è
sepolta
una
piramide
rovesciata,
racchiude
la
verità
sulla
specie
umana.
La
verità è
sepolta
nelle
sabbie
del
deserto
affinché
chi la
scopra
sia
considerato
un pazzo
con la
mente
bruciata
dalla
solitudine
e dal
sole".
E’ una
voce che
sale dal
passato
a
sussurrare
i suoi
timori
sul
futuro.
La
piramide
rovesciata
è
l’opposto
delle
creazioni
della
civiltà
monumentale
ed
assolutistica,
è la
fossa di
condensazione
dell'acqua
capace
di dare
vita...
L’oasi,
affascinante
e
seducente
idea
della
vita che
vince in
mezzo al
niente,
ma mai
per
caso:
risultato
di
un’unione
armoniosa
fra uomo
e natura
per
creare
un
ecosistema
autopoietico
che si
rinnova
sempre,
un
microcosmo
capace
di
autorigenerarsi;
volontà
dell’uomo
che in
severissime
condizioni
ambientali
utilizza
risorse
eccezionali
per
innescare
un’amplificazione
crescente
di
interazioni
positive
atte a
creare
una
nicchia
fertile
che si
oppone
ad un
intorno
ostile
ed
avverso.
Sono
moltissime
le
teorie e
i
pensieri
che in
campi
diversi
e con
motivazioni
differenziate
sostengono
l’idea
che
stimolo
a
qualsiasi
sviluppo
sia una
dinamica
competitiva.
Chi è
più
forte,
coraggioso,
combattivo
ed
aggressivo
acquista
privilegi
a
scapito
di
altri.
Il
successo
è visto
solo
come un
accumulo
di
vantaggi.
Ma le
specie
complesse
si sono
evolute
tramite
processi
di
simbiosi
e di
alleanza,
non
distruggendosi
a
vicenda;
hanno
unito i
loro
caratteri
e le
loro
risorse
coevolvendo,
per
avere
più
speranza
di
riuscita
nel
lungo
periodo.
La
parola
“oasi”
così
come è
descritta
nell’antica
lingua
egizia –
UHA
– è
bellissima.
I
geroglifici
usati
come
lettere
semplici
hanno
contestualmente
un
valore
figurativo,
fonetico
e
simbolico
ed i
loro
ideogrammi
non
possono
che
aggiungere
forza e
suggestione
alla
parola;
ecco il
geroglifico
U
che
rappresenta
un
pulcino,
piccolo
e tenero
da
proteggere;
H è
un
recinto
di rami,
quindi
custodia
e riparo
nel
deserto;
A è
un ramo
fiorito,
la
natura
che
sboccia,
la vita
che
esplode.
Quindi
oasi
come
spazio
protetto
a tutela
di una
vita
preziosa.
I segni
con
valore
fonetico
sono
generalmente
seguiti
da un
geroglifico
che ne
condensa
il senso
globale
e qui la
sintesi
è il
niut,
un
cerchio
quadripartito,
il luogo
abitato,
la
città.
E il tè
nel
deserto,
uno e
trino,
viene
fatto e
servito
tre
volte in
bicchierini
di vetro
grandi
tanto
quanto
quelli
che noi
usiamo
per i
liquori;
è un tè
forte e
scuro e
la sua
preparazione
è un
rito. I
Tuareg
vi
aggiungono
anche
foglioline
di menta
fresca
quando
riescono
a
procurarsela,
così nei
primi
giorni
di
viaggio
la menta
non
manca
mai.
Le
teiere
sono
generalmente
tre,
molto
colorate
e messe
a turno
sulla
brace
che fa
ribollire
l’acqua
del
pozzo;
senza
perderne
una
goccia e
con un
abilissimo
gioco di
equilibri
il tè
viene
passato
da una
teiera
all’altra
e
mischiato
allo
zucchero
in modo
da
formare
una
schiumina
densa
che
verrà
poi
suddivisa
nei
bicchierini
ancor
prima
del tè.
Poi un
sorso
d’assaggio,
il faut
déguster
avant
d’offrir,
ed ecco
pronto
per
tutti il
primo tè
“amaro
come la
morte”… Intanto
viene
aggiunta
acqua
alle
foglie
che
hanno
già
dato, e
solo un
pizzico
di nuovo
tè e
qualche
fogliolina
di menta
ed altro
zucchero…
E il
secondo
tè è
“forte
come la
vita”.
Poi
ancora
acqua,
zucchero
e tanta
menta ed
ecco
l’ultimo
tè,
“dolce
come
l’amore”.
E’ un
rito che
si
ripete
nelle
pause
sotto il
sole
cocente,
nel
primo
pomeriggio
e la
sera
sotto le
stelle,
dopo
cena,
fra la
sabbia
ed il
vento.
Ci vuole
tempo,
ma il
tempo
non
manca
mai nel
deserto.
Dice una
leggenda
Tuareg
che il
Sahara è
un
gigante
disteso,
assopito
ma vivo.
Spesso i
Tuareg
al
tramonto
siedono
immobili
sulla
cima
delle
dune più
alte;
dicono
di
ascoltare
la voce
del
gigante
che
risuona
come un
grido,
il grido
del
deserto
che non
si può
ignorare.
Esso
dice:
“solo un
nuovo
patto
fra
tutta
l’umanità
e tra
questa e
le
specie
animali
e
vegetali,
può
garantire
la
sopravvivenza
di
quell’oasi
nel
cosmo
che si
chiama
Terra.”
Fermarsi
un
momento
nel
silenzio
più
assoluto
e
sentirne
la voce,
l'essere
di
fronte
al
vuoto,
il
terrore
dell'ignoto,
il
battito
del
cuore,
il
respiro,
l'amicizia,
l'amore
o
l'indifferenza
dei
compagni,
il
vivere
del
pianeta
intero.
E poi il
tè con i
Tuareg,
le
arrampicate
a
mezzogiorno,
il sole
che ti
brucia,
l'odore
dei
somari,
l'odore
degli
umani,
il vento
sulla
tenda,
la
sabbia
nelle
orecchie,
il cielo
con le
stelle,
la
voglia
di
restare...
l'urlo
del
deserto...
ci si
torna
nel
deserto!
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