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NEL REGNO DEL GIAGUARO
MESSICO e GUATEMALA
  
di Maurizio Forunato
(
2003)

 


"Messico e nuvole, il tempo passa sull'America, che voglia di piangere ho ...." così cantava in un famoso brano di qualche anno fa Enzo Jannacci, uno dei pochi luoghi comuni su questo paese che non dovrete sfatare. Quella sottile vena di malinconia che attraversa l'anima,  mentre con lo sguardo ci perdiamo ad inseguire fantastiche immagini disegnate da nuvole candide che giocano a rincorrersi in un orizzonte blu cobalto. Perché per il resto ..., ma i messicani non sono soliti fare la siesta quando le sottili ombre si dileguano del tutto sotto un sole a picco che toglie il respiro?, in verità non ne abbiamo incontrato nemmeno uno intento all’opera e sembra un'altra di quelle fantasie che nascono e continuano a vivere di vita propria a fronte di una realtà completamente diversa.  O meglio deve essere vero come ci ha raccontato la nostra guida, la stessa che ha  accompagnato in Messico anche la troupe di "Turisti per Caso", che è una voce nata agli inizio del XIX secolo quando, per lamentarsi dei bassi salari pagati da alcuni industriali Inglesi, gli operai messicani escogitarono una singolare forma di protesta mettendosi tutti a dormire lungo i muri delle fabbriche,  rifiutandosi cosi di entrare a lavorare. E  proseguendo nel lungo elenco ... i messicani non portano forse tutti il sombrero?, si forse ai tempi di Pancho Villa perché oggi viene indossato solo in occasione di importanti festività o dai gruppi di suonatori ambulanti, i Mariachi, che rallegrano le piazze con la loro musica tipica. Normalmente, invece, chi porta il cappello preferisce il classico modello da  CowBoy americano lasciando ai turisti l'onere di portare un così grave peso sulla testa.  E che dire del poncho?, forse che non abbiamo mai visto un così repentino cambio di costumi locali passando da un paesino all'altro, quasi che si dessero la voce che un gruppo di turisti era in arrivo. Beh sarà almeno vero che i messicani sono uno dei popoli più cattolici al mondo?,  senz'altro quelli di origine spagnola, ma degli indios, che come ha ben sintetizzato la nostra guida "si sono convertiti, sotto la minaccia di vedersi tagliata la testa, solo dai denti alle labbra ", non ne sarei così convinto a giudicare anche dai loro particolari riti religiosi, perfetto sincretismo tra culto cattolico ed antiche credenze pagane. Ed allora, con una realtà che non finirà di stupirvi così diversa da come potevate immaginarla, vi servono altri motivi per lasciarvi affascinare da questi luoghi incantati?  Stupendi resti archeologici, testimoni delle antiche civiltà degli Olmechi, dei Toltechi, dei Maya, degli Aztechi, dei Zapotechi, deliziose cittadine coloniali disegnate con un'intera tavolozza di colori pastello in una natura sfolgorante tra giungle verdi e misteriose, canyon e cascate azzurre, con fiori ed animali che fanno a gara tra di loro per sfoggiare tutti i colori dell'arcobaleno. E gente, infine, sempre pronta a regalarti un sorriso e che sembra non aver mai dimenticato come la vita vada presa con la giusta calma, magari distesi su un’amaca sotto una coperta di stelle, infinitamente lontani dalle nostre nevrosi di eterni insoddisfatti. E allora allacciate le cinture, si parte .......

 

 

21 Febbraio 2002    

Milano - Francoforte - Città del Messico

Dopo aver volato da mezza Italia ci ritroviamo tutti all'aeroporto di  Francoforte ( un labirinto di corridoi e gate d'imbarco ) da dove è previsto il volo diretto per Mexico City. L'11 Settembre americano è ancora vivo e il passaggio ai vari controlli puntiglioso e accurato, peccato non si possa dire lo stesso del servizio a bordo del Boeing Lufthansa ( mai mangiato così male in volo ), ma l'importante, come si dice, è arrivare ed è anche comprensibile come ciò sia il naturale riflesso della crisi che stanno attraversando le compagnie aeree dopo che gli attentati hanno generato una diffusa paura di volare. La guida, un simpaticissimo messicano un po' avanti negli anni, ci dirà poi in seguito che siamo uno dei primi gruppi a riaprire la strada al turismo e che per circa 6 mesi dai  tragici eventi non aveva praticamente più lavorato. Undici ore di volo e sbarchiamo a Mexico City 2400 mt. di altitudine e 20 milioni di abitanti, "El Monstruo" come lo chiamano qui. La prima impressione non è male, l'aria è fresca e della temuta cappa di smog non sembra di riscontrarne traccia ( me ne accorgerò però durante il secondo atterraggio, quando di ritorno dal Guatemala  sotto un cielo terso apparve all'improvviso una macchia lattiginosa che faceva da corona all'intera circonferenza del centro abitato ).  

 

 

22 Febbraio 2002   

Città del Messico

Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale ( costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).  Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.   Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera  ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro.  Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non  lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del  regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519. Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta  al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni,  peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.    

 

 

23 Febbraio 2002

Città del Messico - Teotihuacán – Oaxaca

Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei  Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare  come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.  Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati. Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante, entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300 mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C.  dalla cultura omonima divenne in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato. Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro di cinta, che aveva lo scopo, prima


 

 ancora che di difesa, di separare la vasta area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti, raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos , contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna ( 46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63 m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla  cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa.  Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti. La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene, 12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio, in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.  

 

 

24 Febbraio 2002

Oaxaca - Mont Alban

Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica della regione il sito Zapoteco di Monte Alban. Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche, nonché  perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita,  si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane,  più piccolo di altri ma molto ben conservato. Terminata la visita del sito di Monte Alban ritorniamo a Oaxaca  per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona", un'escursione fuori programma.   

 

 

25 Febbraio 2002

Oaxaca - El Tule - Mitla - Tuxla Gutierrez - Cañón del Sumidero - San Cristóbal de las Casas

In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ). L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete, misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000 anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione di più antichi riti precolombiani.  Proseguiamo per Mitla effettuando prima una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori, ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare questi


 

mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali. Finalmente ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca, la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio. Fortunatamente e  dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez. Certo che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho sentito ripetere queste raccomandazioni ), la  velocità aumenta ed in un attimo ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare a salire. La virata prosegue ininterrotta, stiamo per compiere 180 gradi e una sottile forma di preoccupazione inizia a serpeggiare, dall'equipaggio nessuna notizia mentre i secondi trascorrono che sembrano ore quando all’improvviso dall'altoparlante un messaggio in spagnolo ripetuto poi in inglese annuncia "avvertiamo i signori passeggeri che si è accesa un luce di emergenza, ma non ci sono problemi possiamo proseguire". Ma proseguire per dove? E intanto l'aereo continua a virare, tra poco compiremo 360 gradi, avete idea di quanto tempo impieghi un aereo di medie dimensioni per fare una manovra del genere?, certo un rosario intero non ci sta, ma qualche veloce preghiera qualcuno deve averla pur mormorata. Finalmente, spezzando l'ansia che montava,  il pilota ci avverte che stiamo rientrando in aeroporto perché un portellone, che chiude il vano dove normalmente rientra il carrello delle ruote, si è bloccato e per sicurezza atterriamo. Fortuna, fortuna dove ti eri attardata?, forse bloccata in qualche ingorgo non volevi perdere l'aereo tanto da farci tornare indietro e pensare che nel nostro gruppo c'era anche una simpatica signora di Roma che a New York aveva visitato le Torri Gemelle due giorni prima dell' attentato. Stavolta, dopo una riparazione record di 15 minuti, ripartiamo regolarmente ed arriviamo a Tuxla Gutierrez senza altri problemi. Ormai la giornata volge al termine e tra ritardi e contrattempi rimangono ancora poche ore di luce. Ci rimane da visitare, per completare il programma giornaliero, il Cañón del Sumidero dove ci dirigiamo dopo la sosta per il pranzo. Attrazione naturale della zona segue per 32 km il corso del  Río Grijalva stretto tra pareti scoscese alte più di 1000 m. Peccato purtroppo che la luce del sole stia scemando e non si riesca ad apprezzarne appieno la bellezza. Terminato il giro in barca sul fiume risaliamo sul pullman per raggiungere San Cristóbal de las Casas dove alloggeremo per la notte. L'albergo  Casa Mexicana, sistemato in un'antica casa coloniale ristrutturata,  è veramente grazioso e meriterebbe da solo una visita. 

 

 

 

26 Febbraio 2002

San Cristóbal de las Casas - San Juan Chamula - Zinacantán - Agua Azul – Palenque

Il programma odierno non prevede la visita della città di San Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla  da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi,  per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán. San Juan Chamula è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto ), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del turismo, per poter fotografare il paese.  L'ambiente dentro la chiesa è quanto di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto di aghi di pino messi li