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Dalle Pagine di un moleskine dai deserti del Sudan…

NAGA E MUSSAWWARATH ES SUFRA:
FRAMMENTI DI NUBIA

di  RoboGabr’Aoun
 


 

Da “SENTIERI DI NUBIA”, Effatà Edizioni Torino

 

“ Sentieri di Nubia è un moleskine… Sì, un moleskine, quel piccolo block notes dalle copertine nere. Anzi, a dire il vero questo libro è una manciata di quei taccuini, le cui pagine ho riempito giorno per giorno in quattro, anzi cinque  mesi di vita spesi in Sudan…”

 

 

Le ruote del jumbo si stanno staccando da terra; Milano mi scorre velocemente sotto i piedi, ed il tuffo che sento nelle viscere non è dovuto solamente all’accelerazione del decollo: sto lasciando il mio mondo, il mio vivere di sempre per aprirne uno nuovo…è intrigante, accattivante; ed insieme angosciante. Meno di 15 giorni fa stavo in Tunisia tra le grandi dune di Zemleth Bhorma con mia moglie, con i miei amici, attorniato dalle mie cose, dai miei odori, dalla mia quotidianità…mi sto tuffando in un mondo nuovo, per quattro lunghi mesi. Dio mio, ma che sto facendo???

L’aereo mi allontana inesorabile, mentre consumo queste ore ad interrogarmi se non sia stato tutto uno sbaglio abbandonare il lavoro,la sicurezza del futuro, i miei affetti per inseguire la mia voglia di Africa che da tanti anni mi insegue, sempre strappata a piccoli morsi anno per anno al solito tran tran, ora servitami davanti su un piatto d’argento, nella sua totalità. Ci vado a vivere ora, in Africa…Inch Allah, che abbia fatto la giusta scelta…

La capitale del Sudan mi appare dall’oblò come una macchia di luce nella notte, un immenso albero di natale ornato da fievoli lampade bianche, capocchie di spilli d’argento su una coperta di lana nera. Centinaia di minareti,col perimetro illuminato da lumi verde smeraldo, mi scorrono sotto i piedi mentre l’aereo sembra scendere tra i palazzi addormentati. Lo scalo è in centro città.

Sono le 4 del mattino e quando scendo dal portellone l’aria calda mi investe come uno schiaffo; un odore intenso, acre mi riempie le narici, permea ogni cosa…è l’odore di Khartoum, della sua polvere, della sua aria…Lo troverò nell’acqua, nei vestiti, nelle persone: mi accompagnerà per 4 mesi. Mi hanno parlato di Khartoum come di una città sotto assedio: mi aspetto i militari, le armi, controlli noiosi; passo il posto di controllo in un attimo, nessuno mi ispeziona nulla, non vedo militari né M16 puntati: un ragazzo in tuta mimetica controlla il mio visto, un altro applica a tutti i miei bagagli i tagliandi dei controlli di dogana e sono fuori, nella notte sudanese, con la mia chitarra in mano, morto di sonno. C’è un puzzo pungente di nafta, sudore, ed altri aromi dolciastri che non so identificare. Accidenti, ma che diavolo ci faccio qui? Un colpo di clacson e mi volto: ecco Michele, il mio collega. La Toyota rossa è già carica di tutti i bagagli…Ci siamo, alla fine ci siamo: si parte, iniziano le danza…Ed allora danziamo.

 

La  vetusta vettura tranviaria, poggiata su blocchi di calcestruzzo,, è il confine tra il territorio di Khartoum ed il mondo esterno in direzione nord. E’ l’ultimo barriera cui devono sottostare per uscire dalla capitale. E’ un peccato non si possa fotografare questo caratteristico check point. La littorina ha il tetto a botte, con spioventi oltre la perpendicolare delle pareti, un solo faro frontale ormai cieco, come un’orbita svuotata di un cranio giurassico. La ruggine che ricopre il mezzo non gli ha rubato la bellezza delle forme, le sottili intelaiature dei finestrini ormai scomparsi, gli eleganti riccioli in rilievo che rifinivano le piccole ringhiere in coda ed in testa alla vettura. Passo oltre con il mio 4x4 attrezzato di tutto punto, sfilando davanti a questo pezzo di storia del Sudan, abbandonato ai capricci del tempo, lanciandomi sull’asfalto bollente a tutto nord….conto mentalmente i pali della luce alla mia destra, altro esempio eclatante dell’approssimazione nel lavoro da parte di questo popolo investito dal progresso come da un’onda di piena, che se anche lascia un po’ di buon limo per lo più distrugge e schianta tutto quanto incontra…i pali s susseguono infatti per un paio di centinaia di km, in cemento armato; ma i fili non ci sono: bukrha, inch Allah…ed è così da anni; un giorno metteranno anche i cavi della luce, per ora accontentiamoci dei pali. Ho chiesto a qualche amico sudanese il motivo di questo: mah ,robo, intanto abbiamo il petrolio: prima o poi saremo così ricchi che potremo permetterci decine di linee elettriche, ovviamente con i fili! Già, ma il petrolio è nel sud, e nel sud c’è la guerra e non  si può sfruttare…il poco che si estrae basta a malapena a pagare l’enorme cifra che mantiene l’esercito, a volte nemmeno…

Intanto i km si srotolano sotto le mie ruote inesorabili . Il cartello verde del Ministero del Turismo, ad est della strada, indica l’inizio della pista per Naga, splendida, tra i cespugli del Bush , le acacie ad ombrello. La polvere ed i dossi non attenuano la bellezza selvaggia della regione. La traccia incide come un ferita la pianura, serpeggiante, ad evitare le macchie impenetrabili di spini. Un primo pozzo, su di un’altura che emerge come uno scoglio nella distesa frusciante di cespugli, brulica di vita… le greggi sostano ai piedi della collina , mentre gli asini trascinano a fatica le lunghe funi che sollevano la pesante ghirba colma di acqua dalle viscere della terra.

Le braccia degli uomini manovrano altre funi con perizia, alternando le mani in presa senza mai intralciarsi, in una strana ed armoniosa danza, scandita dai richiami cadenzati, a rendere sinergico  lo sforzo. Le cisterne in malta vengono riempite con gli otri, ed a turno le greggi si dissetano, tenute in gruppo dai bambini…Le donne trasportano le ghirbe, caracollando sotto un peso che schianterebbe facilmente un uoomo di  città, in un continuo vai e vieni dalle cisterne al pozzo. Le funi scorrono sopra il tronco posto sulla bocca del pozzo, solcato e scarnificato da centinaia di km di corde in attrito, lisciato dal vento e dal sole. Contrasto di figue contro sole; uomini, alberi, animali, in un quadro dalle tinte formidabili. Giungo in Naga e fermno l’auto sotto la grande acacia dirimpetto ad un pozzo, simile al primo, ancor più vivo, ancora più intensa l’emozione. Il pozzo di Naga sorge anch’esso su di una piccola altura, esattamente a media via tra il tempio di Apedhemak e quello di Ammon. La radura è dominata dalle due acacie secolari, portentoso esempio della potenza della natura. A ovest il tempio del Leone, con il piccolo “Chiosco”, gioiello di architettura tardo meroitica. Ad est i resti frammentati di quello che fu uno dei più grandi templi del Sudan, dedicato ad Ammon Rah. Pochi metri a sud l’intrico del bush riconquista il territorio, barriera impenetrabile a proteggere dalla desertificazione gli ultimi lembi di una savana che solo 10000 anni or sono arrivava fino al Mediterraneo, A nord le montagne, col piccolo Jebel Naga a sovrastare le colonne di Ammon, pazientemente ricostruite dai tecnici del Berlin Museum, in mesi e mesi di certosino lavoro, a ridare dignità e splendore a ciò cui il tempo l’aveva sottratta. Non sono un archeologo né un esperto di cose antiche, ma amo le cose belle, amo tutto ciò che dona emozione…ed ogni volta che passo per Naga sento il bisogno fisico di sfiorare con la mano il vello di granito delle sfingi, in un gesto inconscio che forse dà continuità alla storia dell’uomo, mi mette in muta sintonia con un’epoca passata, con gli uomini che la vissero, e ne respiro la stessa aria, la stessa polvere, godo degli stessi tramonti ed impreco per lo stesso vento. Stacco la mano dalla pietra e ritorno nel presente, la vita a scorrermi piena ma fottutamente veloce tra le dita.

Mi sono accampato spesso presso Naga, appena oltre il Jebel, a poca distanza dal sito: tende e focolari sarebbero inopportuni in un luogo che fu di preghiera. Spesso ho dormito sulla sabbia nuda, qui a Naga, ed altrettanto spesso ho avuto come compagno di vento un cane magrissimo, con cui ho diviso cibo, acqua, albe in un connubio di comune solitudine che non necessitava di verbo per essere comunicata.

 

La polvere crea una cortina dietro il mio Toyota mentre volo sulla pista che congiunge Naga a Mussawwarath, appena 10 km in linea d’aria verso nord est. La velocità rende meno aspre le centinaia di buche ma costringe ad una attenzione che sfibra, ti lascia senza forze, a tentare di dominare lo sterzo per impedire alle rotaie di migliaia di carri qui passati di imprigionarmi in traiettorie che non voglio seguire. Ancora nella savana in un mare di cespugli verde tenue mossi dal vento in onde regolari che disegnano la pianura. In un oued di sabbia cedevole, infida trappola per chi vi giunge ignaro, uno splendido pozzo si erge alla base di un tozzo sperone di roccia, è frequentato da alcune famiglie di pastori Bicharin. Giungendo da Naga si è distratti dalla bellezza bucolica del luogo e capita di rimanere intrappolati nella sabbia fine e profonda del oued proprio in prossimità della corolla di pietre.

Ed ecco, infine, la bassa steppaglia si dirada e si apre dinnanzi a noi l’area templare di Mussawwarath..

 

Il tempio del Leone si erge poco oltre il pozzo, completamente ricostruito dagli archeologi tedeschi nel 1969; si eleva dal bush con le sue tozze torrette d’ingresso. Un km a nord, dove già lo sfasciume e la roccia prendono il posto dei cespugli, verso una bassa catena di colline spoglie, si distingue l’ampia area del Tempio dell’Elefante, emblematica costruzione che alimenta continue diatribe tra differenti scuole di pensiero, tra i luminari dell’archeologia mondiale.

Io non so se sia un tempio o una palestra per ammaestrare pachidermi da combattimento, o ancora un bestiario per le cacce dei re di Meroe…So soltanto che è un luogo impressionante, di un’imponenza che non ha eguali in Sudan, con le sue ciclopiche architravi, la sua cinta muraria gigantesca, gli scivoli inclinati, le profonde cisterne. Sono mille le ipotesi che possono farsi strada  nella mente, ma l’emozione è comunque la stessa, il senso di grandezza che questi ruderi emanano è inenarrabile. Sono stato spesso per lunghi minuti seduto su di un masso a guardare i capitelli, le sottili colonne ancora in piedi, quelle invece intrappolate in scrigni di cemento e mattoni, discutibile tecnica di salvaguardia messa in atto dai luminari berlinesi. Altre volte mi sono accovacciato d’innanzi alla statua di Bes, il piccolo ingobbito Dio nano, allo spigolo nord del tempietto meridionale. Ma, se non ho mai potuto  dare una risposta ai miei interrogativi sulla natura e lo scopo di queste pietre così superbamente messe in opera durante l’ultimo regno di Kush, certamente ho provato ammirazione e meraviglia per la purezza dei profili nei bassorilievi, per la geometrica bellezza di stipiti e portali. C’è un anziano custode a Mussawwarath, con spessi occhiali da miope, i capelli candidi come la sua tunica malandata. Abbiamo spesso condiviso la mensa, al di là del nostro linguaggio reciprocamente incomprensibile. Anche a lui, ogni volta, lascio dei viveri per far fronte ad una vita dura, specialmente per chi ha sulle spalle molti anni di sabbia e la barba del colore delle nubi di aprile. Ed ogni volta resta immobile nella polvere della mia scia, quando riparto, con in mano il fagotto dei pani e delle altre poche cose, il braccio alzato , incurante della nube densa che il vento gli scaravento addosso. E sempre ci salutiamo come amici, infinitamente diversi eppure in qualcosa simili, entrambi con la sabbia a far lacrimare gli occhi, così odiata, così dura…e così amata, per me così impossibile da lasciare per sempre. Ho smarrito il suo nome tre i miei ricordi, ma è viva la sua immagine, l’espressione dei suoi occhi ingigantiti dalle lenti. Mi piace pensare che per lui sia lo stesso, che quando tornerò sarà come se solo un attimo fosse passato, ed ancora ci si saluterà con una mano sul cuore ed una sulla spalla, fratelli di vento, fratelli di polvere.

 


INSERTI CULTURALI  
                          

 

Caratteristiche dei Siti Archeologici di Naga e Mussawwarath :

 

NAGA: concentrazione templare di età medio – meroitica, composta di due distinti complessi, uno, ad occidente del pozzo di Naga ( che da il nome al luogo) , dedicato alla divinità Apedhemak, un Dio venerato in Nubia, dalla testa leonina; l’altro, ad oriente dello stesso pozzo, dedicato alla suprema divinità nilotica, Ammon.

Sono stati entrambi edificati sotto il regno della regina Amanitere e del consorte Natakamani.

Il complesso in onore di Apedhemak consta di due differenti costruzioni:

 la maggiore, parzialmente restaurata dai tecnici del Museo di Berlino, è un classico tempio Nubiano, con due torrette in abside, ricchissimo di bassorilievi su tutte le pareti, di una bellezza sublime. In particolare le raffigurazioni sulla facciata, rappresentanti il Re Amanitere, che edificò il tempio, e la consorte, entrambi con  ai piedi i nemici sconfitti, sono di un realismo impressionante, tanto che nei volti degli uomini raffigurati è possibile distinguere caratteristiche somatiche di  etnie differenti, negroidi e nordiche.

Le pareti interne sono ornate anch’esse da bassorilievi, meno conservati e non visitabili in quanto l’entrata dell’edificio è stata murata parzialmente. Tutt’intorno al tempio spezzoni di travature in arenaria, cornicioni incisi e diversi frammenti minori.

Manca completamente la copertura del tetto, originariamente in travi di palma e fronde.

Da segnalare la presenza di differenti raffigurazioni del Dio Apedhemak: esso si trova rappresentato con corpo umano, serpentiforme ed ancora umano ma con più braccia, evidente prova dell’influsso di correnti artistiche provenienti dall’oriente.

 

La seconda costruzione è un esemplare unico in tutto il Sudan, un piccolo tempio dalle caratteristiche architettoniche di chiara matrice ellenistica, come si evince dalle forme dei capitelli, dalla linea dei colonnati e dalle splendide arcate finemente lavorate.

Questo edificio è stato battezzato dagli archeologi “Il Chiosco di Naga”, per la notevole somiglianza con l’omonimo Chiosco di Traiano, a File …Splendide le rappresentazioni della barca del Sole, una su ogni entrata del tempio. Sulle pareti esterne meravigliano i gocciolatoi a forma di testa di leone; su alcuni blocchi  dei muri a nord si possono vedere ,incise con grande precisione, le memorie di viaggiatori del passato, risalenti alla fine dell’800.

Tutto il complesso di Aphedemak è protetto da una recinzione di filo spinato; l’accesso è garantito da un piccolo cancelletto, perennemente chiuso con un robusto lucchetto, le cui chiavi sono affidate al custode governativo, abitante in una piccola capanna a circa 500 metri dal sito, ad est del pozzo.

Nell’area circostante, in particolar modo verso sud, se si ha la pazienza di fare una passeggiata tra i cumuli del materiale di scavo, si possono trovare migliaia di frammenti di cocci di varie epoche, alcuni anche di importanti dimensioni. Trovare, ammirare ma non asportare: ricordo che è vietato raccogliere cocci di qualsiasi dimensione, pena l’arresto.

 

Il complesso orientale consta di una grande costruzione, un tempio come già detto dedicato al Dio Ammon, edificato su una piccola altura in leggero declivio. Un viale di splendide sfingi in granito immette all’area templare, suddiviso in due distinti tronconi da una specie di pre- vestibolo.

L’accesso al tempio vero e proprio avviene tramite un’abside dominata da un portale massiccio, fittamente decorato in bassorilievi purtroppo mal conservati, con le classiche due torrette laterali.

All’interno un piccolo colonnato immette alla sala maggiore, in cui si trovano le grandi colonne in via di riposizionamento ad opera dei tecnici tedeschi.

In questa sala si possono ammirare parti integre della pavimentazione originaria, in mattonelle rettangolari di pietra tenera.

Una sala più orientale, raccolta e di piccole dimensioni, ospitava l’altare.

A est dell’edificio gli archeologi del Berlin Museum hanno accumulato una serie di pezzi, in parte già repertati, in attesa di ricollocarli nelle posizioni originarie.

Un grande altare affrescato, in perfette condizioni di conservazione, è stato scavato nel 2002 pochi metri a nord del tempio, e poi riseppellito per cautelarlo contro le intemperie, in attesa di una sua collocazione sicura.

I muretti a secco che circondano l’area sono stati edificati con materiale di scavo: contengono anch’essi migliaia di frammenti facenti parte dell’area templare. Come nel complesso occidentale anche qui, per decine e decine di metri tutt’intorno, si cammina su frammenti di coccio, intonaci, frammenti di pareti con bassorilievi.

A nord est del Tempio di Ammon si può vedere una bassa costruzione in malta e cemento, il ricovero costruito per ospitare gli addetti allo scavo provenienti dalla Germania, che solitamente stazionano nell’area tre o quattro mesi ogni anno, nella stagione invernale.

Una grande pista, ben visibile, passa dinnanzi al tempio proseguendo verso la cortina di cespugli; conduce ad una vasta piana argillosa, buon posto per bivaccare nei mesi caldi, in quanto scorpioni e serpenti non vi stazionano. In inverno, poco dopo aver imboccato la stessa pista, piegare ad oriente: si raggiunge un basso rilievo sabbioso, contornato da tamerici e piccole acacie, ottimo per bivaccare al riparo dal vento, qui sempre presente. In caso di forti raffiche un piccolissimo oued, quasi alla base del jebel, offre un riparo sufficiente a permettere l’allestimento del campo.

 

MUSSAWWARATH :

Anche qui il sito è composto da due distinte costruzioni, come già detto precedentemente.

Giungendo da Naga(o direttamente dalla pista che qui arriva dalla strada asfaltata) la traccia termina dirimpetto al grande complesso detto “dell’Elefante”; una piccola spianata artificiale confina direttamente con il muro di cinta del sito, costruito nella esatta sede originaria. Oltre la recinzione di blocchi di arenaria un altro spiazzo, più grande, polveroso oltre ogni immaginazione, ospita una colonnina su cui trova posto una mappa del sito, in metallo, con le indicazioni in inglese, arabo e tedesco di tutte le parti più importanti del luogo.Subito oltre, verso est, a poche decine di metri, un tempio minore con il portale riccamente decorato domina lo spiazzo centrale. Il Tempio dell’elefante vero e proprio si erge a nord di questo, con il suo bastione meridionale a picco sulla spianata. Una rampa inclinata conduce al colonnato esterno, al piano superiore, in cui si può ammirare la statua raffigurante il pachiderma che da nome alla località, restaurata dagli archeologi tedeschi nella prima metà del ‘900. La lunga fila di sottili colonne è orientata nord sud, e conduce ad una balconata su cui spiccano i muretti circolari costruiti dai tecnici a salvaguardia di altrettanti tronconi di colonne, ovviamente invisibili. Sul lato occidentale le colonne sono tutte a terra, in grandi dischi di arenaria in parte irrimediabilmente deteriorati dallo scorrere dei millenni. Il cuore dell’edificio è una stanza rettangolare, i cui muri perimetrali sono costruiti con grandi blocchi a parallelogramma asimmetrico, sorta di tronchi di piramide che, grazie alla loro particolare conformazione, costituiscono una serie di incastri tenacissimi, che hanno vinto il passare dei secoli.

A nord del tempio si estende la piana cespugliosa, che va a degradare ai piedi di un massiccio montuoso, un arco di arenaria rossa che occlude l’orizzonte settentrionale.

Sul lato sud orientale della spianata interna alla cinta muraria si può notare una fila di baraccamenti con i tetti in lamiera ondulata, chiusi su tre lati da muri, e sull’ultimo muniti di grandi griglie in ferro che permettono ai visitatori di visionare i reperti posti all’interno, molto interessanti. Particolarmente notevole è la raffigurazione di una regina meroitica, con i drappeggi degli abiti splendidamente rappresentati, che tiene tra le braccia un piccolo coccodrillo.

Anche alcuni gocciolatoi  a forma di leone, ottimamente conservati, fanno da corolla a decine di frammenti minori. Una spedizione tedesca nell’inverno del 2003 ha iniziato una campagna di scavi nel cortile interno, portando alla luce una serie di locali interrati un paio di metri sotto il livello del suolo.

 

Una pista dissestata e leggermente insabbiata conduce, serpeggiando tra i cespugli, verso sud, in direzione del Tempio di Aphedemak, perfettamente visibile dall’area del Tempio dell’Elefante.

All’incirca a mezza via tra i due templi un insieme di bassi e chiaramente moderni edifici si staglia su di una altura: è il ricovero stabile degli archeologi che qui operano durante i mesi invernali.

Una diramazione della pista, indicata chiaramente con massi dipinti di bianco, porta in poche centinaia di metri alle abitazioni degli studiosi, in cui è sempre presente un guardiano.

Proseguendo invece sulla principale si raggiunge il Tempio del Leone, completamente ricostruito,come già detto, negli anni sessanta. La pista giunge al tempio dalla parte del retro, ed al visitatore si presenta immediatamente una successione di bassorilievi stupefacente, in cui spicca la rappresentazione del Dio Orus, seguito dai suoi servitori. Anche le due pareti laterali del tempio contengono incisioni gigantesche della corte di questa divinità, insieme, ovviamente, alle rappresentazioni del Dio Aphedemak e dei sovrani. Bellissimi i rilievi raffiguranti la Fenice, ed una serie di geroglifici di una precisione certosina. La facciata del tempio è purtroppo per l’80% della sua estensione in cemento, in quanto i blocchi originari , di arenaria dolce, sono andati completamente perduti. Le classiche due torrette sovrastano lo stipite, questo ottimamente conservato, rappresentante la barca del Sole. Due splendide statue di leoni accosciati fanno da cornice al portale, dotato di battenti in legno  ricostruiti su modelli si presume consoni all’originale.

L’interno dell’edificio è a dir poco impressionante: due file di magnifiche colonne formano un ampio corridoio centrale che conduce direttamente al trono, in pietra, che domina la sala interna, a pochi metri dalla parete terminale.

Ricostruzioni di capitelli a campana rovesciata, tipici del periodo meroitico, sostengono un tetto di travetti e stuoie di palma, distaccato dal limite superiore dei muri di circa 30 centimetri, per permettere alla luce esterna di filtrare dall’alto. In origine la fessura era libera: in questo luogo essa è protetta da pannelli in policarbonato, per impedire l’ingresso ai numerosi passeracei presenti in zona. L’intera superficie interna del tempio è letteralmente coperta di bassorilievi, colonne comprese: sono raffigurati i monarchi, il Dio Aphedemak e, in esempi di arte sopraffina, diverse tipologie di animali, sia selvaggi che da cortile.

Come accade a Naga, anche qui l’edificio è protetto da una recinzione in filo di ferro, dotata di due cancelli, uno al lato sud e l’altro a quello nord. Il custode governativo ha in custodia le chiavi sia dei cancelli esterni sia del grande portale in legno, quest’ultimo donato al sito da un ricco mecenate di Khartoum.

Nei dintorni di Mussawwarath è possibile allestire il campo in un oued a sud del Tempio del Leone, aggirando la spalla del jebel che incombe sulla pianura da oriente. Il letto del fiume è di sabbia molto fine e la guida risulta impegnativa; ma macchie di acacie secolari, alcune con fusti dal diametro superiore ai 50 cm, offrono ombra e frescura. Ottimo nella stagione invernale il oued è invece sconsigliabile in primavera ed estate, per la presenza di vipere e scorpioni.

Dall’ingresso principale del Tempio del Leone è chiaramente visibile la pista che conduce al oued,guardando  verso sud est.

Nella stagione calda è preferibile allestire l’accampamento a nord del Tempio dell’Elelfante, tra i cespugli che costellano la pianura pietrosa.

 

 

 

                                     
SUDAN :   30 ANNI DI GUERRA CIVILE

 

Era il 1955, si era alle porte dell’agognata indipendenza dal giogo del protettorato Anglo Egiziano;

La rivolta armata dei ribelli del sud Sudan iniziò allora.

Le parti in gioco: da una parte il Fronte Nazionale Islamico, partito di governo in quel periodo e tutt’ora al potere sotto il nuovo nome di Partito del Congresso Nazionale…Come il nome suggerisce è la rappresentanza dell’Islam , anzi, di un Islam che spesso ha strizzato l’occhio al fondamentalismo; esso si fregia di essere rappresentante del volere del popolo del Nord ; secondo il parere del direttore di Africa Confidential, a Londra, in realtà gran parte dei sudanesi del Nord non si identifica politicamente e culturalmente con la politica radicale di questo partito.

Dall’altra parte della barricata l’Splm, il Movimento Popolare  per la Liberazione del Sudan, con il suo braccio armato, la Spla, L’Esercito popolare di liberazione del Sudan .

Una guerra violenta, sanguinosa, priva di scrupoli da entrambe le parti, portata innanzi con determinazione per arrivare alla vittoria, ovvero la gestione del patrimonio petrolifero del sud da parte del FNI, l’indipendenza e l’autonomia da Khartoum per lo Splm.

Guerra a fasi alterne, con un cessate il fuoco scattato nel 1972, lungo quasi undici anni, in cui molti sudanesi hanno visto la fine del massacro, seguito da un riprendere del conflitto ancor più violento nel 1983, quando il Movimento di Liberazione lanciò una vera e propria crociata per la lotta contro la “ dominazione Araba” del loro Paese. Il governo centrale foraggiato da spregiudicate potenze economiche asiatiche, il Movimento a sua volta sostenuto da spregiudicate potenze occidentali che vedevano e vedono nel rafforzamento della componente cristiana nel Sud un valido argine contro l’espansione ulteriore dell’ Islam.

A fianco degli indipendentisti si sono visti intervenire  i ribelli dei Monti Nuba, anch’essi con mire secessioniste, e spesso i ribelli ugandesi…giochi di forze cui Khartoum risponde con la creazione delle micidiali bande armate dell’Esercito di resistenza del Signore.

Vent’anni di carneficine e di lotte senza quartiere da entrambe le parti.

Nel 2001 il primo accordo di cessate il fuoco, riguardante i Monti Nuba, vera e propria fortezza dei ribelli. Ma la guerra continua, durissima. Nel luglio 2002 il trattato di Machakos, in Kenia, che sancisce la fine della guerra ed il diritto di ricercare l’indipendenza per il Sud Sudan…Trattato fallito e guerra che continua. Vari concordati di cessate il fuoco per tutto il 2002, sempre ignorati da entrambe le parti. E l’Occidente resta a guardare, senza mai intervenire in questa che è la più lunga di tutte le guerre africane. Nel febbraio 2003 i popoli che abitano la regione del Darfur si ribellano al governo centrale, cui rinfacciano di aver dimenticato ed abbandonato nella miseria i loro territori, al confine con il Chad. L’escalation è impressionante: nel Sud il conflitto sembra essere alla fine e le forze governative si concentrano sul Darfur al centro nord…Gennaio 2004; iniziano i bombardamenti ed i massacri, mentre a migliaia i civili inermi cercano rifugio nei paesi confinanti. Secondo fonti dell’intelligence di potenze occidentali Khartum sta utilizzando le bande di Janjiawid per schiacciare la rivolta; la notizia viene confermata dall’ONU, con i suoi osservatori sul campo dal marzo 2004. Nel maggio dello stesso anno per la prima volta, in Occidente, il caso Darfur viene chiamato con il suo nome: genocidio ( Gen. Colin Powell, USA). Oltre 50000 persone di etnia shiluk sono state deportate ed al loro posto han preso possesso del territorio popolazioni di origine nordica, una vera e propria pulizia etnica. Ad oggi pare che le vittime del massacro si aggirino intorno alle 200.000, circa 10,000 ogni mese. Ma secondo alcune fonti potrebbero sfiorare la cifra allucinante di 100.000 per ogni ulteriore mese di conflitto. Praticamente, secondo alcuni tra gli osservatori, il governo centrale sta tentando di cancellare un’etnia sgradita soppiantandola con un’altra, più nordica e quindi più vicina alla politica ed alla cultura di Khartoum.

E’ allarmante se ci si ferma un momento a pensare che lo stesso governo che nel gennaio 2005 ha firmato in Kenya l’Accordo Globale di Pace con il Sud, che ha messo fine al conflitto con le etnie cristiane ( indipendentiste) del Sud Sudan ha visto in questo modo “liberare” le proprie armate sì da poterle concentrare nel Darfur neo ribelle…Eppure, nonostante il massacro in Darfur l’accordo ((detto Accordo di NAivasha, dal nome della città in cui è stato firmato), c’è e prevede scadenze ben precise:

Nel luglio è iniziato infatti il periodo transitorio di sei anni dopo il quale le popolazioni del Sud potranno recarsi alle urne per sancire o meno la loro indipendenza dal Nord mediante plebiscito popolare…

E nel luglio del 2007 l’Esercito di Khartoum dovrà cessare completamente l’occupazione del territorio.

Nel 2008 è previsto un bilancio dell’attuazione degli accordi di Naivasha e, dulcis in fundo, nel 2011 arriverà, finalmente, il referendum…

Sembra un po’ il discorso già sentito in Sahara Occidentale, ex Sahara Spagnolo…Con una aggravante: i Nuba, pur avendo preso parte alla guerra di liberazione, sono stati tagliati fuori dagli accordi di gennaio; potrebbe essere il preludio ad una nuova apertura del conflitto?

E in Darfur? C’è gran movimento di Osservatori e, per fortuna, le Organizzazioni Umanitarie sono in loco a tentare di portare un minimo di aiuto alla popolazione martoriata, sia in Sudan sia nei campi profughi del Paesi limitrofi. Ma L’ONU farà qualcosa di concreto per porre fine al genocidio? Fino al 2005 nessuno si è mosso in Occidente: la risposta a questa accusa fu “non si poteva mettere a repentaglio la pace (quella appunto del gennaio 2005) nel Sud per arginare questo nuovo fronte, abbiamo dovuto tralasciare…” TRALASCIARE!!!! Come si possono tralasciare 200.000 morti? E come si fa a non pensare alla pace di Addis Abeba del 1972 ?...

 

 

RoboGabr’Aoun

 ﻥﻮﺍﺭــﺒﺎـــــﻏﻮــــــﺒﻮﺭ

 

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