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Area:
581.730
km2
Popolazione:
1.392.000
Tasso
crescita
Popolazione:
3,5%
Capitale:
Gaborone
Capo
dello
Stato:
Dr. Sir
Quett
Ketumile
Masire
Lingua
ufficiale:
Inglese
Lingua
autoctona
più
diffusa:
Setswana
Valuta:
Pula
(parola
che
significa
“pioggia”
e che si
usa
anche
nei
brindisi)
Guida
consigliata:
“Zimbabwe,
Botswana
&
Namibia”
della
Lonely
Planet
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Il mio fedele compagno di viaggio, Gianluca (che casualmente è anche mio
marito!) ed io siamo arrivati in Botswana dallo Zimbabwe, patria, insieme
allo Zambia, delle mitiche Cascate Vittoria (piccola nota a margine: se
andate a vedere le Cascate Vittoria in una giornata di vento, non
disturbatevi a fare la doccia al mattino. Ve la faranno le cascate medesime!
E non sto parlando di qualche spruzzetto qua e là, ma di una sorta di
nubifragio monsonico! Vedere per credere…) e del Parco Nazionale dello
Zambesi, dove abbiamo avuto il raro privilegio di vedere tre rinoceronti,
ormai drammaticamente in via di estinzione.
Ci
hanno
caricati
su
di
un
pulmino
insieme
ad
una
famiglia
olandese
con
bimbo
piccolissimo
al
seguito
(ho
subito
pensato,
noi
italiani
non
lo
faremmo
mai!)
e
via,
verso
nuove
ed
esaltanti
avventure!
Destinazione:
Kasane,
porta
d’ingresso
del
Parco
Nazionale
Chobe.
Lungo
la
strada,
a
due
corsie
e
ben
asfaltata
(le
province
di
Asti
ed
Alessandria
dovrebbero
trarne
esempio!…),
abbiamo
visto
parecchi
animali,
ma
Gianluca
è
riuscito
a
fotografare
solo
un
elefante
e
delle
giraffe,
le
uniche
di
tutto
il
tour.
Un
consiglio
pratico,
che
non
c’entra
niente
con
le
foto,
ma
con
le
vostre
finanze
sì.
Se
entrate
e
uscite
dallo
Zimbabwe
più
volte,
non
fate
lo
stesso
nostro
errore,
dettato
dall’ignoranza
(e
dall’inefficienza
di
chi
avrebbe
dovuto
informarci):
invece
di
pagare
ogni
volta
il
visto
d’ingresso
o di
uscita,
chiedete
un
visto
multiplo,
che
vi
farà
risparmiare
un
po’
di
soldini.
Inoltre,
dato
che
il
Dollaro
dello
Zimbabwe
non
vale
neppure
la
carta
su
cui
è
stampato
e il
Paese
ha
un
disperato
bisogno
di
valuta
pregiata,
questi
visti
vanno
pagati
esclusivamente
in
Dollari
USA
e le
autorità
dello
Zimbabwe
ci
vanno
giù
pesanti!
Arrivati
a
Kazungula,
all’incrocio
tra
quattro
Paesi,
Botswana,
Zambia,
Namibia
e
Zimbabwe,
abbiamo
passato
la
dogana,
pagando
il
visto
d’uscita
dallo
Zimbabwe
e
riempendo
svariati
moduli
(una
costante
per
tutto
il
viaggio!),
e
dopo
alcuni
chilometri
siamo
giunti
a
Kasane.
Di
questa
cittadina,
che
credo
viva
del
fatto
di
trovarsi
ai
margini
del
Parco
Nazionale
Chobe,
non
c’è
molto
da
dire.
E’
un
po’
una
Los
Angeles
in
sedicesimo!
Non
c’è
un
centro
vero
e
proprio,
ma
si
riduce
piuttosto
ad
una
lunga
strada
affiancata
da
alcuni
edifici
dall’aria
abbastanza
recente
e da
tante
casupole.
Si
respira
comunque
un’aria
di
maggior
benessere
che
in
Zimbabwe,
almeno
questa
è
stata
la
nostra
impressione
epidermica.
A
Kasane
siamo
scesi
al
Cresta
Mowana
Safari
Lodge,
che
la
Lonely
Planet
definisce
(a
pag.
496)
l’edificio
più
bello
del
Botswana
(non
che
ci
sia
granché
concorrenza,
aggiungo
io!),
progettato
da
un
architetto
polacco.
Mowana
significa
baobab
in
setswana:
l’albergo
è
stato
infatti
costruito
intorno
ad
un
baobab
di
dimensioni
notevoli.
Durante
i
lavori
di
costruzione,
un
fulmine
ha
scatenato
un
incendio
che
ha
distrutto
albero
ed
edificio.
Sono
stati
prontamente
rimpiazzati
entrambi.
E’
veramente
una
struttura
ricettiva
molto
gradevole,
con
camere
e
suite
arredate
in
modo
caldo
ed
accogliente,
con
tanti
oggetti
dell’artigianato
locale.
L’anno
precedente
il
Mowana
Lodge
aveva
ospitato
i
Clinton,
ma
suppongo
che
a
loro
avessero
dato
una
suite:
i
soliti
privilegiati!
Tutti
i
lodge
della
zona
offrono
pacchetti
tutto
compreso
che,
oltre
ai
pernottamenti
ed
ai
pasti,
prevedono
anche
safari
fotografici
in
diversi
momenti
della
giornata,
in
jeep
o
motobarca.
Dopo
aver
sistemato
i
bagagli
in
camera
e le
abluzioni
di
rito,
siamo
andati
a
fare
due
passi
in
giardino,
dov’era
intento
a
brucare
l’erba
un…facocero!
Se
da
noi
in
giardino
trovi
cani
o
gatti,
in
Botswana
ci
trovi
i
facoceri!
Gianluca
ha
subito
provveduto
a
fotografarlo
e a
dargli
un
nome:
Cicero…
Lui,
naturalmente,
ci
ha
completamente
ignorati
e ha
continuato
il
suo
pasto
serale!
Il bar del Mowana ha una
splendida vista sul fiume Chobe (affluente dello Zambesi): ci siamo quindi
goduti un aperitivo con tramonto mozzafiato. Un’autentica esplosione di
colori, dal rosso vivo, all’arancio, al blu cobalto. Questi sono i momenti
che prediligo, colmi di serena bellezza, che posso condividere con la
persona che conta di più per me al mondo e che vanno a nutrire il bagaglio
dei nostri ricordi.
Fast
forward
al
mattino
dopo,
con
la
prima
escursione,
in
jeep,
del
Parco
Nazionale
Chobe.
Dal
punto
di
vista
faunistico,
c’è
chi
lo
considera
il
più
interessante
dell’intero
continente
africano.
Quello
che
posso
dire
io è
che
di
animali
se
ne
incontrano
veramente
a
frotte!
Gli
unici
di
cui
abbiamo
visto
solo
le
orme
nella
sabbia
lungo
il
fiume
sono
i
maculati.
E’
superfluo
dire
che
gli
appostamenti
notturni
non
sono
previsti
nei
pacchetti
tutto
compreso
e,
comunque,
si
può
rimanere
appostati
per
settimane
e
non
vedere
neanche
l’ombra
di
un
maculato.
In
compenso
abbiamo
visto
centinaia
di
elefanti
(secondo
recenti
stime,
ce
ne
sono
almeno
70.000),
bufali,
facoceri,
ungulati,
ippopotami,
rettili
e
uccelli.
N.B. Se spesso indicherò i
nomi degli animali in inglese è perché non sono riuscita a trovare il
corrispondente in italiano. Chi li conoscesse è cordialmente invitato a
“illuminarmi”!
Dato
che
mi
avete
chiesto
un
resoconto
dettagliato
(cosa
di
cui
ormai
vi
sarete
già
amaramente
pentiti!),
mi
accingo
ad
essere
un
po’
più
precisa
per
quanto
riguarda
gli
avvistamenti
di
animali.
Per
la
prima
volta
in
vita
mia,
ho
visto
dei
ground
hornbill,
uccelli
dall’aspetto
un
po’
buffo
(loro
pensano
probabilmente
la
stessa
cosa
di
me!)
e
che
sicuramente
non
corrono
il
rischio
di
estinguersi!
Ce
ne
sono
veramente
un
casino!
Altri
uccelli
che
hanno
attirato
la
nostra
attenzione
sono
stati
le
aquile
pescatrici
(numerosissime),
gli
avvoltoi
(idem),
diverse
specie
di
martin
pescatore,
graziosissime
egrette,
African
jacana,
oche
egiziane
e
alcuni
altri
che
non
siamo
riusciti
ad
identificare.
Fra
gli
ungulati
che
vivono
a
Chobe,
Gianluca
ha
immortalato
impala
e
kudu,
ma
abbiamo
avuto
la
rara
fortuna
di
avvistare
anche
degli
incantevoli
bushbuck
che,
essendo
molto
timidi
e
diffidenti,
ben
di
rado
escono
allo
scoperto
durante
il
giorno.
L’autista
della
jeep
non
credeva
ai
suoi
occhi!
Ippopotami
ne
abbiamo
visti
e
fotografati
in
quantità
industriali…
Dall’autista-guida
abbiamo
appreso
che
è
l’animale
che
fa
più
vittime
umane,
nel
corso
di
un
anno,
in
Africa.
Nonostante
la
loro
aria
pacioccona,
se
ti
ci
avvicini
troppo…
sei
morto.
La
maggior
parte
di
queste
vittime
(più
della
loro
imbecillità
che
degli
ippopotami…)
sono
turisti
che
si
avvicinano
troppo
per
scattare
foto
o
filmare.
Isolata dagli altri, abbiamo
visto una “mamma-ippopotamo” con il suo cucciolo di poche settimane. Sarebbe
rimasta così per sei mesi circa, fino a quando il suo piccolo (si fa per
dire!) non avrebbe più corso il rischio di essere ucciso dai maschi del
branco.
Anche gli elefanti avevano
seguito il dettame crescete e moltiplicatevi. Non vi dico che tenerezza le
elefantesse con i loro cuccioli sempre accanto (o alacremente impegnati a
succhiare il latte)! Il ricordo più vivido è di uno di questi elefantini che
non riusciva a risalire la sponda del fiume, troppo scivolosa per lui.
Allora è intervenuta sua madre che con la proboscide lo ha spinto su, nella
sicurezza del branco.
Gli
elefanti,
in
un
numero
così
esorbitante,
pongono
gravi
problemi
al
fragile
equilibrio
dell’ecosistema
di
Chobe,
sia
per
quanto
riguarda
la
vegetazione
(sono
la
versione
a
quattro
zampe
degli
Unni!),
che
le
risorse
idriche.
Sono
state
avanzate
parecchie
proposte
(ad
esempio
spostare
alcune
migliaia
di
esemplari
in
altre
zone),
ma
il
governo
del
Botswana
finora
non
ha
preso
alcun
provvedimento,
almeno
a
livello
ufficiale.
Chobe
“pullula”
anche
di
coccodrilli
e di
altri
rettili,
quale
il
water
monitor,
una
lucertola
acquatica
di
dimensioni
ragguardevoli.
Un incontro “imprevisto”, data
l’ora (era ormai tarda mattinata), è stato quello con due leonesse,
languidamente sdraiate all’ombra di un albero. Ma di leoni riparlerò un po’
più in là.
Quando
il
sole
ha
cominciato
a
picchiare
duro,
l’autista
ci
ha
proposto
un
piccolo
break
accompagnato
da
bibite
fresche:
l’idea
è
stata
accolta
da
esclamazioni
anglo-italo-olandesi
di
viva
approvazione!
Mentre,
all’ombra
di
un
boschetto,
sorseggiavamo
le
suddette
bibite,
sono
sbucate
fuori
miriadi
di
piccole
manguste,
attirate
dalla
nostra
presenza.
Questo
boschetto
è
un’area
da
picnic
e
quindi
le
manguste
sono
abituate
a
ricevere
gustosi
bocconcini
dai
turisti
(nonostante
i
divieti…).
Queste
mangustine
sono
di
un
carino
folle,
tanto
che
ne
avrei
portato
a
casa
un
paio
ben
volentieri.
Non
so
però
cosa
ne
avrebbero
pensato
i
nostri
cani
(fast
food
molto
peloso?).
Quando
si
sono
accorte
che
eravamo
dei
turisti
inutili,
cioè
senza
vettovaglie,
se
ne
sono
tornate
nelle
loro
tane.
Rientrati
al
lodge,
abbiamo
fatto
uno
spuntino
ai
bordi
della
piscina,
dopodiché
siamo
ripartiti
alla
volta
del
Parco,
questa
volta
in
motobarca
(della
serie
“turisti
a
cottimo”!).
L’escursione
sul
fiume
Chobe
ci
ha
permesso
di
osservare
gli
animali
da
un’altra
prospettiva,
giusto
nelle
ore
in
cui
si
avvicinano
al
fiume
per
abbeverarsi.
La famiglia olandese a cui ho
già accennato si trovava sulla motobarca davanti alla nostra. Per permettere
ai suoi passeggeri di fotografare degli elefanti più da vicino, il pilota ha
fatto finire l’imbarcazione dove l’acqua è troppo bassa e l’elica è rimasta
incastrata nella sabbia. Risultato, la poppa si è abbassata troppo e la
barca si è rapidamente riempita d’acqua. Gli olandesi, naturalmente, non
hanno perso il loro aplomb (il bimbino non si è nemmeno svegliato!) e,
bagnati fradici, hanno guadagnato la riva. Nel giro di pochi minuti è
arrivato un pulmino che li ha riportati al lodge. Per fortuna, nessuno è
rimasto ferito (tranne l’orgoglio del pilota, che ci “implorava” di non
immortalare la scena!).
Purtroppo, però, gli olandesi hanno dovuto
rinunciare a buona parte dell’escursione.
Per
noi,
rimasti
all’asciutto
(nel
senso
stretto
del
termine!),
il
clou
è
stato
sicuramente
il
tramonto:
un’emozione
fortissima,
che
certo
non
dimenticheremo.
Il
giorno
seguente,
sveglia
ben
prima
dell’alba,
per
un
altro
giro
in
jeep.
E
questa
volta…
incontro
ravvicinato
(ma
non
troppo,
per
fortuna)
con
due
leoni
ed
una
leonessa.
Gianluca,
per
essere
sicuro
di
avere
almeno
un
paio
di
foto
decenti,
ne
ha
scattate
la
bellezza
di
14!
Nessuno
può
dubitare
così
del
fatto
che
ABBIAMO
VISTO
DEI
LEONI…
Incredibile
ma
vero,
c’è
chi
è
stato
a
Chobe
e
non
ne
ha
visto
nemmeno
uno!
Più
tardi
nella
stessa
giornata,
siamo
stati
accompagnati
all’aeroporto
di
Kasane,
dove
ci
attendeva,
insieme
ad
una
coppia
di
tedeschi
che
avevamo
già
incontrato
nel
deserto
del
Namib
(quando
si
dice
seguire
itinerari
inusuali),
un
Cessna
206.
Non
nuovissimo,
ma
dall’aria
decisamente
meno
inquietante
del
decrepito
elicottero
di
fabbricazione
sovietica
che
ci
aveva
portati
da
Aguas
Calientes
a
Cuzco
l’anno
precedente!
Il bello di volare con un aeroplano così piccolo è che ti puoi godere il
panorama sottostante (in questo caso prevalentemente savana). C’è stato un
primo “scalo” sulla pista del campo tendato dov’erano diretti i tedeschi,
dopodiché abbiamo proseguito per Camp Okavango (per trovargli il nome devono
proprio essersi spremuti le meningi!), gestito dalla Desert & Delta (pag.
524 della Lonely Planet). In tutto, un paio d’ore di viaggio.
Arrivati
a
destinazione,
sono
stati
subito
gli
alberi
della
salsiccia
(Kigelia
africana),
che
sono
caratteristici
del
Delta,
ad
attirare
per
primi
la
nostra
attenzione.
L’aria
era
permeata
dal
profumo
della
salvia
selvatica,
così
intenso
da
dare
quasi
alla
testa.
Siamo
stati
accompagnati
alla
nostra
tenda,
dove
abbiamo
pranzato.
A
Camp
Okavango
(o
in
strutture
analoghe)
non
si
fa
precisamente
campeggio!
Le
tende,
erette
su
grandi
piattaforme
di
legno,
sono
arredate
come
eleganti
camere
d’albergo
e
hanno
il
bagno!
Nel pomeriggio abbiamo
effettuato una splendida escursione in canoa. E’ stato forse il momento più
emozionante e memorabile di un viaggio che oserei definire comunque
“perfetto” nella sua interezza.
Come
a
Chobe,
fauna
e
flora
sono
un
sogno.
Abbiamo
incontrato
branchi
di
ringed
(o
common)
waterbuck
e di
red
lechwe
(ungulati),
coccodrilli,
aquile
pescatrici
e un
martin
pescatore
“malachite”
dalle
tinte
vivacissime.
Io
adoro
le
ninfee
(come
Monet!)
e
quelle
del
Delta
dell’Okavango
sono
veramente
incantevoli.
Il
tramonto
ci
ha
fatti
immergere
in
un’atmosfera
magica,
con
i
suoi
colori,
il
suo
silenzio,
la
dolcezza
dell’aria
quasi
immota…
Ho
sotto
gli
occhi
le
foto
scattate
in
quei
momenti
e
provo
una
nostalgia
lancinante.
Temo
di
essere
stata
colpita
in
pieno
dal
Mal
d’Africa…. |